“La rivolta della fame dei contadini di Troina del 1898 nella storia d’Italia”

“Ed è la Sicilia, dove sono i centri del dolore, che suona la diana: a Modica ed a Troina si tumultua per fame e rinnovansi le stragi del 1893 – 1894. Sorpassano la decina gli affamati uccisi in febbraio in quelle due città, e centinaia di feriti cercano salvezza nella fuga, perché la polizia non contenta delle generose somministrazioni di piombo cerca vittime nuove per le patrie galere”. Con queste parole Napoleone Colajanni rievocava la tragica ribellione dei contadini troinesi del 18 febbraio 1898 contro i proprietari terrieri, repressa con violenza a colpi di fucile, nel suo libro “L’Italia nel 1898 (tumulti e reazione)” pubblicato nel dicembre dello stesso anno. Fu l’episodio di un cruento conflitto di classe tra contadini e proprietari terrieri, che nella memoria collettiva del paese è ricordato come “la rivoluzione della fame”. Quel tragico evento portò Troina alla ribalta nazionale. Se ne occuparono i giornali nazionali come il “Corriere della Sera” e “Avanti!” e la rivista parlamentare con articoli pubblicati qualche giorno dopo.

Il “Corriere della sera” ne dava così la notizia ai suoi lettori:

“Una grande moltitudine di contadini di Troina affamati, da molti giorni chiedendo inutilmente distribuzioni di farina e di frumento, assalì il Municipio, penetrò negli uffici, ruppe i mobili, percosse gli impiegati, prese una bandiera e scese in strada chiamando la popolazione alle armi.

Incontratisi con i soldati, cominciarono la sassaiola. I soldati risposero col fuoco. Vi furono quattro morti e una ventina di feriti. Furono feriti anche un tenente di fanteria, il delegato Boccafurni e quattro soldati. I contadini maggiormente compromessi si sono dati, armati, alla campagna. Furono spedite in rinforzo due compagnie. La causa dei gravi torbidi si attribuisce alla scarsezza del lavoro e al rincrudimento delle tasse…”

 

Sul giornale socialista Avanti! comparve l’articolo dal titolo ‘I fatti di Troina’, con il commento del deputato conservatore Angelo Majorana sulle cause della sommossa contadina:

 

“Dei dimostranti feriti due sono morti, gli altri versano in uno stato grave. Si trovano a Troina il prefetto Capitelli -che ha compiuto un’inchiesta sommaria – e il giudice istruttore. Furono eseguiti parecchi arresti. Alcuni dimostranti si sono dati alla latitanza. A Catania ieri si è formato un Comitato di beneficenza sotto la presidenza de barone Aprile. Scopo del Comitato è di costituire dei sottocomitati nei singoli comuni della provincia. Onde avere l’esatta cognizione dei bisogni delle classi povere e prevenire disordini e fatti di sangue, mandando in tempo dei soccorsi, cioè, generi, abiti e denaro. Il giornale L’Unione dice che quando la miseria aumentò, si ottenne il Comune aperto. Con esso solo i padroni guadagnarono, Si tirò avanti con i demani, ma furono sbocconcellati a vantaggio dei ricchi, né il contadini poterono emigrare per mancanza dei soldi. Il pane intanto aumentò il prezzo. Rimase dell’erba. Ora distrutta dalla neve. Come mangiare? La tristissima condizione era nota, ma il governo e la classe dirigente non sentirono il grido della fame, e la tragedia scoppiò. Io aggiungo che il governo avrebbe potuto dare del lavoro, agevolando la costruzione della ferrovia da Paternò a Nicosia che abbraccia sedici popolosi Comuni, e dove attualmente si accede, quando si può, con vetture. L’on Majorana, deputato di Nicosia, il quale ha presentato alla Camera un’interrogazione sui tristi fatti, ad un giornalista ha dichiarato; ‘I motivi della sollevazione debbono senza dubbio al grande disagio economico della povera gente. Troina non è un Comune in cui i partiti municipali siano così accaniti come in latri paesi della Sicilia. Non vi è stata mai propaganda socialista o sovversiva di nessun genere. Anche nel periodo dei Fasci non vi furono né organizzazioni né disordini. Viceversa le condizioni economiche sono tristissime. Troina è il più alto Comune della Sicilia, a quasi milleduecento metri sul livello del mare: antica ricchezza sua erano le foreste, oggi in buona parte deperite. Quest’anno la crisi si è fatta sentire ancora più crudelmente, specie per il grande rigore della stagione, ripeto per ciò che il disagio, onde sono scaturiti i disordini, è stato ed è purtroppo effettivo e reale’’. Dopo di essersi soffermato a spiegare altre cause di secondaria importanza, il Majorana ha aggiunto: ‘Non vi è stata certo un’organizzazione che abbia preparati questi fatti. Ma le cause che li hanno preparati sono purtroppo generali e comuni ad altre contrade della Sicilia. E’ anche grave il fatto che l’esperienza ha mostrato più volte: vale a dire che disordini simili hanno in Sicilia una grande virtù di espansione, come se fossero epidemie. Aggiungasi l’incrudire della crisi agrumaria; la quale manifestasi in paesi che furono immuni dai torbidi del ’96. Giorni addietro mi trovavo a Chiaromonte Gulfi; un comunello della provincia di Siracusa, ch’è forse la provincia più tranquilla di tutta l’isola; ebbene io ho trovato colà gli stessi sintomi di grave miseria che da più tempo manifestavansi a Troina. Ripeto: il male è comune a tutta l’isola e sbaglierebbe chi credesse del tutto accidentali e passeggeri fatti dolorosi come quelli che oggi deploriamo”.

Sulla rivista romana, nel lungo articolo dal titolo ‘I disordini di Sicilia’ scritto da un tale che si firmava ‘Uno di Palazzo Madama’, un senatore seguace di Francesco Crispi che volle conservare l’anonimato, c’è un’analisi delle cause della rivolta dei contadini troinesi, messa a confronto con quello che era accaduto 5 anni prima, nel 1893, con il movimento dei Fasci dei lavoratori:

“I gravi fatti di Troina sono di un importanza sintomatica eccezionale. Siamo nell’identica condizione riguardo la Sicilia di cinque anni addietro. L’agitazione odierna siciliana si presenta anzi più allarmante di quella del dicembre 1893, perché allora i contadini e le loro donne andavano in giro nel 1893 ad incendiare i casotti daziari ed assaltare i municipi, disarmati, muniti solo di qualche bandiera e dei ritratti del re e della regina. Oggi, invece, a Siculiana, a Troina, a Modica, i contadini si sono presentati armati e la loro dimostrazione è stata sin da principio violenta ed aggressiva. La cagione dei nuovi disordini deve dunque ricercarsi nel malessere generale delle popolazioni dell’isola e nella disperazione dei lavoratori. Il grido della rivolta era Avimu a fame”.

Nel freddo inverno 1897/1898, il pane, alimento base dei contadini, era scomparso dalle loro tavole, per effetto della cattiva annata agraria e per la riduzione delle importazioni di frumento dalle America a causa della guerra tra USA e Spagna per la questione di Cuba.

A raccontare, con sincera partecipazione sentimentale ed efficaci parole quella tragica rivolta di contadini troinesi affamati, è stato Filippo Turati con il suo articolo dal titolo “Ci buffuniano”, destinato a diventare famoso, pubblicato sul numero del 1° marzo 1898 della rivista “Critica Sociale”:

“…la mattina del 18 febbraio, nell’alpestre Troina barricata dalla neve, la folla cenciosa tremava di freddo sulla piazza del Comune, nell’attesa di una prima distribuzione di frumento, una donna macilenta e lacera, – per usare lo stile dei gazzettieri per bene – uscita a mani vuote dal Municipio per non avervi ottenuto l’invocato soccorso, si rivolse furibonda alla folla esclamando: “Nun viditi ca ci buffuniano?” (Non vedete che ci corbellano?); e questo fu come il segnale del tumulto, che si chiuse indi a poco con sette cadaveri – tutti come sempre di contadini inermi – con un numero indeterminato di feriti, con il gremirsi delle carceri, e con centinaia di latitanti alla campagna”. Gli anni tra la fine dell’800 e l’inizio del ’90 furono anni terribili per l’Italia, non solo per Troina. Per il peggioramento delle condizioni di vita, il malcontento era molto diffuso in ampi strati della popolazione di allora, soprattutto tra le classi popolari su cui la crisi di fine secolo mordeva in maniera moto forte. Nei suoi articoli comparsi su “L’eco dei monti”, il maestro Foti-Giuliano scriveva che a Troina il malcontento era generale: “Si lamentano i contadini, gli artigiani, i professionisti e i proprietari. I contadini, dopo aver visto distruggere i vigneti dalla fillossera e dopo essere stati sopraffatti da una sequela di annate scarse, dicono che la terra qui più non dà e pigliano la via dell’America. Gli artigiani, cui manca spesso il lavoro e lo scarso lucro non basta al mantenimento delle famiglie alle esigenze della vita moderna, imprecano anch’essi, e molto, scoraggiati partono in cerca di un soggiorno migliore. I proprietari, che tutto ricavano dalla terra, non trovano, anche con diminuzione di prezzo, a fittare le loro tenute ed hanno abbandonato l’unica industria che qui esisteva, la pastorizia. Il commercio è nullo”.

Se per i contadini poveri quelli furono anni di dura repressione, per i proprietari terrieri furono gli anni della grande paura. Tra le carte dell’archivio storico comunale, sono conservati dei documenti che mostrano quanto grande fosse la paura dei ceti possidenti per le esplosioni di collera popolare. Subito dopo che la sommossa fu sedata dalle truppe venute da Catania, la giunta municipale di allora chiese il 17 marzo 1898 al governo nazionale “che fosse mantenuto a Troina in modo permanente, ed in numero sufficiente, un distaccamento di truppa, così da scongiurare qualsiasi inconveniente in avvenire”. Il sindaco Federico Sollima e gli assessori Antonino Squillaci, Silvestro Cittadino ed il sacerdote Angelo Russo chiedevano il distaccamento permanente di più di 100 soldati. Furono subito avviati i lavori per trasformare in caserma l’ex monastero di Santa Maria degli Angeli di via Conte Ruggero e l’ex convento dei Carmelitani di via Vittorio Emanuele. Il distaccamento militare fu mantenuto per una quindicina di anni. E quando, nel 1912, il comando del corpo d’armata ne chiese la soppressione al ministero della guerra, l’amministrazione comunale, che era una sorta di comitato di gestione degli affari della borghesia agraria, si diede un gran da fare per mantenere il distaccamento militare. Nel 1912 l’Italia era in guerra con la Turchia per conquistare il dominio sulla Libia e per sostenere lo sforzo bellico doveva schierare tutti i soldati disponibili. Un paio di anni dopo, l’Europa dava inizio alla prima guerra mondiale, l’inutile strage come la definì il papa Benedetto XV. Tutti questi eventi spingevano verso la soppressione del distaccamento di Troina perché bisognava mandare i soldati sul fronte di guerra a combattere contro i turchi nel 1912 e gli austriaci nel 1915. Ma gli agrari troinesi temevano di più i contadini loro concittadini che gli austriaci, se nel gennaio del 1915, 4 mesi prima dell’ingresso dell’Italia in guerra, il sindaco Arturo Pintaura ed il consiglio comunale protestavano contro il provvedimento di soppressione del distaccamento militare di Troina. Le ragioni di questa protesta sono espresse con chiarezza nella delibera del consiglio comunale del 18 gennaio 1915, e precisamente in quel “considerato che se in questo momento vi è nella cittadinanza un’apparente tranquillità questa potrebbe da un momento all’altro venire turbata” ed in quell’altro “considerato che Troina ha nella sua storia i fatti del 1868 e quelli più recenti del 1898”.

 

Silvano Privitera

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